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Un anno fa moriva Gino Giugni PDF Stampa E-mail
Cultura
Martedì 05 Ottobre 2010 14:15

Gino Giugnidi Antonio Razzi.

Il padre dello Statuto dei lavoratori, Gino Giugni, muore il 5 ottobre 2009. La perdita è stata notevole se si considera che egli ha redatto lo Statuto dei lavoratori, la celeberrima legge n° 300 del 1970.
A far seguito da quella data si può affermare senza tema di essere smentiti che il mondo del lavoro trovò la disciplina di cui si sentiva tanto bisogno. La storia di questo Paese, è bene che gli italiani lo sappiano, annovera un personaggio che ha segnato un’epoca nella quale si ponevano le basi per cominciare a riconoscere e riconsegnare ai lavoratori la loro dignità di esseri umani titolari di diritti ma portatori anche di doveri. Infatti, il contenuto dello Statuto oggi continuamente disatteso e dimenticato non fosse che per quell’articolo 18 famigerato che si voleva fortemente abolire, non aprì una fase che favoriva una delle due parti contrattuali, ma sottolineava, insieme alla irrinunciabilità dei diritti dei lavoratori, anche la necessità dei doveri verso i datori di lavoro.


Ebbene, alla luce dei fatti di quest’ultimo anno soprattutto, quando si disconosce oramai senza remore, la soccombenza dei diritti dei lavoratori alle ragioni del mercato, più che mai il ricordo del compianto studioso trova una sua giustificazione aggiuntiva.Le dismissioni e le deroghe ai contratti collettivi di lavoro, per esempio, stanno diventando una regola sconsiderata. Persino sentenze del giudice del lavoro di reintegro di lavoratori licenziati ingiustamente vengono eluse.
Ed è proprio sui diritti che si gioca l’attuale partita economica mondiale. E’ proprio a fronte della competizione divenuta insostenibile con quei paesi che non riconoscono ai lavoratori nulla più che un giaciglio ed un pezzo di pane, che anche il mondo cosiddetto occidentale, civile e progredito cerca di riportare indietro le lancette della civiltà. Uomini come Gino Giugni sono stati l’esempio di abnegazione e di studio volto solo all’acquiescenza dei diritti dei lavoratori in un momento storico molto “caldo”, quando la protesta delle piazze divenne violenta e clandestina. Egli stesso fu gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1983, per fortuna non ucciso come invece è successo poi a Massimo D’Antona e Marco Biagi. La sua memoria è presente ancora oggi e lo sarà sicuramente negli anni a venire, quando la pazzia del disordine istituzionale che oggi ci affligge diventerà piano piano un brutto ricordo. In questo caso il corso e il ricorso non arricchisce neanche di esperienza, abbrutisce solo e dispera invece quanti, di buona volontà, sono disposti a remare per portare il paese in acque chete. Non siamo disposti a rinunciare alla Costituzione, non rinunciamo a nessuno dei diritti acquisiti con la nascita e sanciti dalle leggi, vigileremo affinché ciò non accada e con tutte le nostre forze rivendichiamo la libertà di pensiero e di azione.
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