Adesso, dopo la passerella di personalità degli Stati Generali di Roma Capitale, che resta? Cosa si può spiegare, promettere ai cittadini? Io non saprei, ma ho capito alcune cose - e ditemi se sbaglio.
- Annunciati con clamore gli "Stati Generali" si sono sgonfiati per strada, destino forse inevitabile per una denominazione così pomposa. Si sono fatti conti senza l'oste, ovvero il governo - sempre più leghista oltre che berlusconiano - continua a dare buca ad Alemanno; infatti senza un quadro delle risorse disponibili vacillerebbe anche un muretto del grande Renzo Piano.
- È tramontato il delirio della Formula Uno che, non più di qualche mese fa, fu presentato con enfasi provinciale anche al Parlamento Europeo (altra missione istituzionale all'estero inutile). - La lista dei progetti è sempre la stessa - aeroporto, porto turistico, navigazione del Tevere, Tridente da pedonalizzare, ecc. - alcuni legittimi, altri velleitari - ognuno ha le sue preferenze. - Ma soprattutto nessuno ha voluto discutere dei "dettagli" che più di ogni altro hanno un impatto sulla vita dei cittadini. Mi riferisco a quella rete di interventi diffusi sul territorio urbano e di centri culturali nelle periferie, protezione delle aree pedonali nel centro storico, protezioni acustiche, marciapiedi, arredi urbani, abbattimento delle barriere architettoniche, panchine per aspettare l'autobus e così via. Sono i "dettagli" che farebbero di Roma una città europea. - Né si è discusso della cosa principale: un codice etico di condotta che salvi Roma dall'ennesimo sacco speculativo e che impegni ogni nuovo piano urbanistico al pieno rispetto dei vincoli ambientali e delle norme europee in materia di appalto e assegnazione delle risorse e dei progetti. Dati i precedenti e l'aria che tira, sarebbe la prima promessa da fare per "Roma europea". - Finora si è adottato il metodo "passerella" - esattamente quello che caratterizzò la presentazione di "Roma Capitale europea" al Parlamento Europeo. Ma oggigiorno il metodo di lavoro più avanzato non è l'esclusione dei grandi nomi ma casomai la loro inclusione in un percorso di partecipazione pubblica, dove siano chiamati a dire la loro i municipi, i comitati dei cittadini, architetti e altre categorie, l'università, le realtà giovanili (visto che dopotutto si prepara la Roma del domani). È il modello della "ricerca partecipata", dove il capofila - a Roma sarebbe l'amministrazione capitolina - si assume la responsabilità di decidere ma dopo aver ascoltato "il cuore della città" in modo trasparente.

Quanto a me (anche i parlamentari europei di Roma avrebbero qualcosa da dire, vista tutta questa enfasi sull'Europa), comincerei col limitarmi a un aneddoto, che a modo suo dice tante cose. Quando scendo dall'aereo a Bruxelles o altrove nel mondo i cartelli per l'uscita dicono "Exit" - parola latina, parola romana dunque adottata nella terminologia internazionale. Ma proprio all'aeroporto Roma invece no, i cartelli indicano il molto più brutto, scortese e soprattutto alieno "Way Out". Ma perché, e proprio a Roma? Fateci caso, è una goccia d'ignoranza alla faccia della vocazione internazionale di Roma, il piccolo seme del provincialismo latente.
Niccolò Rinaldi Deputato al Parlamento europeo Vice Presidente del Gruppo ADLE - Alleanza dei liberali e democratici per l'Europa Capo delegazione dell'Italia dei Valori
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